L’incertezza ai tempi del COVID-19: dall’infraumanizzazione dell’anziano alla gestione di una nuova normalità

Sabrina Masetti

Sabrina Masetti
Psichiatra Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale. Iscritta all’Albo dell’Ordine dei Medici della Toscana nr. 10932. Socio Ordinario della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze, 1997. Specializzazione in Psichiatria, Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università degli Studi di Firenze, 2001. Direttore scientifico Centro Clinico “La Mongolfiera”, Firenze

 Stefano Cosi 

Psicologo Psicoterapeuta, direttore Centro Clinico “La Mongolfiera”, Firenze

Irene Certini
Laureata in Psicologia di Comunità della Promozione del Benessere e del Cambiamento Sociale a Padova e tirocinante post lauream presso il Centro Clinico “La Mongolfiera”, Firenze

 

L’infezione da nuovo coronavirus è la prima della storia con queste caratteristiche specifiche. Alcuni studi che però hanno analizzato altre epidemie mostrano come i risvolti negativi sulla salute mentale possano, nel lungo periodo, avere un impatto maggiore della malattia stessa.

 

Parole chiave: coronavirus, salute mentale, incertezza, equità, infraumanizzazione

 

Gli studi degli ultimi mesi hanno tentato di analizzare la relazione tra pandemia e salute mentale e sembra che in generale la presenza del Covid-19 correli (in più di uno Stato) con sintomi di ansia, depressione, rischio suicidario, paura del contagio e insonnia. Per quanto riguarda l’età, invece, le analisi presenti in letteratura sono in contrasto e cambiano a seconda del Paese di riferimento.

Nel presente articolo rifletteremo su cosa sia accaduto e stia ancora accadendo in Italia.

La presenza del Covid-19 ha portato le persone a sperimentare l’isolamento sociale forzato e ciò ha potuto suscitare sensazioni di forte solitudine che a loro volta sembrano avere un ruolo nel predire la presenza di ansia e depressione nelle persone coinvolte. Inoltre, soprattutto nel periodo del primo lockdown, è aumentata, in particolare per i soggetti cosiddetti a “rischio” (tra cui anche gli over 65) la paura di ammalarsi e di morire, una paura che, se sperimentata a lungo, può portare a sentimenti di evitamento o rabbia e poi ad ansia e depressione. Rispetto a questi determinanti della salute (isolamento e paura della morte) è interessante provare a fare una riflessione ulteriore cambiando piano (da quello psicologico a quello sociale), considerando non solo come la presenza della pandemia, dell’isolamento sociale e della paura della morte correlino con diversi disturbi mentali, ma come con questi disturbi possano entrare in relazione anche il tentativo di “infraumanizzazione” in un primo tempo e l’“incertezza” successivamente. Concetti che non riguardano più le singole categorie (soggetti a “rischio” vs tutti gli altri), ma come queste interagiscono tra loro.

L’infraumanizzazione è il processo che porta una persona a considerare una categoria meno umana dei suoi gruppi di appartenenza. A differenza della deumanizzazione non prevede una totale negazione dell’umanità dell’altro. È un fenomeno diffuso e difficile da modificare, poiché le persone che hanno un atteggiamento “infraumanizzante” ne sono spesso inconsapevoli. Deumanizzazione e infraumanizzazione possono portare a fenomeni di esclusione sociale più o meno implicita e quindi provocare nel gruppo che si sente emarginato stati di ansia e sintomi depressivi. È possibile che sia successo ciò anche agli anziani in Italia?

All’inizio della pandemia sentivamo o pronunciavamo spesso frasi come “È morto per covid-19. Ma quanti anni aveva? 80. Ah ecco, vabbè.” oppure “muoiono solo quelli che sarebbero morti lo stesso”. Gli anziani, infatti, sembravano essere gli unici ad andarsene per colpa del Covid-19. Poi piano piano abbiamo capito che non era proprio così e la divisione in categorie non è stata più tanto chiara come all’inizio.

E questo come ci fa sentire?

Adesso ci troviamo di nuovo in un periodo drammatico, in cui le persone che non si trovano in una categoria “a rischio” tentano ogni tanto di tornare a utilizzare i discorsi “infrumanizzanti”, ma senza successo; sapendo che la malattia può avere risvolti drammatici per tutti. La categoria “giovani” che pensava in termini “io ho 30 anni e quindi ho più diritti di te che ne hai 80” perde a oggi di significato, perché i limiti stanno diventando sempre più sfumati, l’“alibi” non regge più come agli inizi di marzo. Gli schemi prestabiliti saltano e diventa sempre più difficile trovare un gruppo di appartenenza in cui ci si possa considerare “salvi”. L’incertezza in cui ci troviamo ha un forte risvolto emotivo, soprattutto perché non si riesce a vedere una fine. Guardando la “normalità” comprendiamo che è profondamente mutata e ciò rende difficile capire come dobbiamo comportarci e quali sono le variabili in gioco da poter controllare.

Il pericolo di ammalarsi c’è, esiste per tutti, poiché la salute non è un fatto individuale ma collettivo e siamo tutti chiamati ad azioni di gentilezza e altruismo in quanto è l’unico modo per sopravvivere a questo periodo complesso. Gli stati emotivi negativi possono causare uno squilibrio psicofisico e rendere le persone ancora più vulnerabili davanti a ogni tipologia di malattia. Per questo è fondamentale ora più che mai lavorare sulla salute mentale, trovare un proprio equilibro tra cosa ci fa paura e ciò che vogliamo e possiamo fare nella vita di tutti i giorni, esprimere tutte le nostre paure e trovare dei mezzi per superarle. I meccanismi di difesa che mettiamo in atto possono essere infatti quelli dell’attacco o della fuga, ma non possiamo continuare a utilizzarli per un periodo indefinito di tempo, poiché finiremmo per esaurire le nostre energie. Se riuscissimo invece a pensare maggiormente in termini di “io sono l’altro” e a cercare le nostre risorse in questa “nuova normalità” potremmo, sebbene limitati da alcuni mezzi, rimanere liberi in noi e ricordare agli altri che ancora lo possono essere. Se partiamo da questi presupposti, quando potremo avere un po’ meno paura del virus in sé, saremo in grado anche di pensare a che tipo di futuro vorremmo e di contrastare i meccanismi capitalistici e deumanizzanti che ci hanno portati fino a qui.

Sistemi di prevenzione che garantiscono agli individui la comprensione profonda dei propri stati d’animo e dei meccanismi di comunicazione tra individui servono a non ridurre i soggetti in semplici categorie e a ricordare invece che si tratta sempre di persone, che si parli di anziani, donne, transessuali o immigrati. Bisogna fare attenzione, infatti, a non ridurre un problema sociale a un problema personale. Se il problema è sociale, bisogna cercare di lavorare sulla società, senza colpevolizzare o attribuire disturbi all’individuo. L’equità tra categorie e persone e il rispetto della complessità devono essere la nostra nuova priorità.

 

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