COVID-19: il ruolo chiave della salute mentale nell’affrontare un’emergenza sanitaria

di Camilla Vizzotto, Emanuele Ruggeri, Valdo Ricca

Camilla Vizzotto
Medico in Formazione Specialistica in Psichiatria, AOU Careggi, Università degli Studi di Firenze

Emanuele Ruggeri
Medico in Formazione Specialistica in Psichiatria, AOU Careggi, Università degli Studi di Firenze

Valdo Ricca
Professore Ordinario di Psichiatria, Direttore Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università degli Studi di Firenze

L’infezione da Covid-19 è stata considerata, fino a ora, come un’emergenza principalmente medica e i professionisti della salute mentale hanno avuto finora un ruolo marginale. Il nostro progetto di ricerca e di aiuto verso la popolazione generale ha mostrato sintomi ascrivibili ad ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, insonnia, irritabilità e appiattimento affettivo e quindi la necessità di strutturare una rete di interventi incentrati sulla salute mentale per ampie fasce di popolazione.

Parole chiave
COVID-19, crisi sanitaria, prevenzione primaria, salute mentale

Introduzione
“Una catastrofe psicologica”. Così è stata definita la pandemia nota con il nome di SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome). Un anno dopo il contenimento dei contagi alcuni ricercatori hanno valutato, dal punto di vista psicologico e più prettamente psichiatrico, la salute della popolazione colpita. I dati raccolti hanno portato a un’univoca conclusione: la pandemia causata dal virus SARS-CoV si è rivelata “devastante” per quanto riguarda la salute mentale della popolazione esposta al virus. Mentre si assisteva a una crescita esponenziale dei contagi, il supporto psicologico e psichiatrico non è stato considerato una priorità nella gestione della pandemia. I fondi disponibili per il servizio sanitario sono stati impiegati nelle unità di terapia intensiva e malattie infettive. La popolazione si è così ritrovata senza alcun supporto psicologico, nonostante un’importante crescita di richieste di prestazioni sanitarie in ambito psichiatrico. La pandemia causata dal virus SARS-CoV non è stata fonte di distress psicologico solo per quanto riguarda la popolazione generale, ma ha colpito duramente anche gli operatori sanitari. In Cina, durante lo spread dei contagi, l’89% degli operatori sanitari riportava sofferenza psicologica importante con ansia acuta, elevati livelli di stress, disturbo da stress post traumatico e importante flessione del tono dell’umore.

Cinque anni dopo l’outbreak della SARS abbiamo assistito alla diffusione di un nuovo virus influenzale, comunemente chiamato “influenza suina”, H1N1.

Nel 2013 il virus Ebola, rimasto quiescente per alcuni anni, ha iniziato a diffondersi in Africa. Numerosi studi hanno descritto la mancanza di un adeguato supporto psicologico rivolto alla popolazione generare e agli operatori sanitari. Lo stigma sociale e l’isolamento forzato si sono dimostrati fattori determinanti nello sviluppo di disagio psicologico (ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, insonnia, ideazione suicidaria).

Il 31/12/2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità informa che un nuovo virus influenzale, SARS-CoV-19, si sta diffondendo nella provincia di Wang. Pochi mesi più tardi dichiarerà che ci troviamo di fronte a una nuova pandemia. Il virus SARS-CoV-19 si sta diffondendo in tutto il globo.

L’infezione Corona Virus Disease-19 (COVID-19) è stata considerata, fino a ora, come un’emergenza puramente medica, essendo la gran parte delle morti attribuibili a sintomi da distress respiratorio.
L’impatto dell’infezione COVID-19 sulla popolazione generale, tuttavia, si estende ben oltre la patologia fisica: infatti, ha avuto un impatto sulla salute mentale su un numero di persone molto più elevato rispetto a quelle che hanno riportato sintomi fisici.

Come nei precedenti casi di pandemie, l’emergenza COVID-19 è stata largamente associata a sintomi e sindromi della serie ansiosa depressiva e post traumatica. Nonostante questo, però, durante la diffusione dei contagi, ai professionisti della salute mentale è stato riservato un ruolo marginale nella gestione clinica dei pazienti COVID. Molti studi hanno proposto l’integrazione di un professionista della salute mentale all’interno delle unità COVID, con un ruolo di assessment, triage e intervento sui pazienti e sulle loro famiglie.

Rivalutazione del rischio
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito come categorie ad alto rischio “persone che hanno oltre i 60 anni o che hanno patologie polmonari o cardiache, diabete o condizioni di salute che compromettono il sistema immunitario”. Partendo da questo presupposto, tutte le altre categorie potenzialmente affette sono state relegate a essere “una grande fonte di preoccupazione”, senza, pertanto, portare avanti alcun piano strutturato per tutelarle.

Una più oculata valutazione del rischio avrebbe dovuto tenere conto del fatto che non proteggere efficacemente le categorie ritenute meno fragili (considerando come criteri di fragilità solo i domini organici dell’individuo) avrebbe portato, poi, a un’importante diffusione del contagio.

Di fatto, la letteratura descrive alcune categorie che meriterebbero una valutazione più approfondita nell’ottica di limitare il contagio:

  1. Popolazione generale e COVID-19 La diffusione del virus SARS-CoV-19 ha stravolto ogni ambito della vita quotidiana. Ciò che preoccupa sono le probabili ripercussioni, potenzialmente irreversibili, riguardo la salute mentale della popolazione in seguito al contenimento dei contagi. Per questo le implicazioni psicologiche a lungo termine meritano un’approfondita valutazione. Le autorità dei singoli stati hanno messo in atto misure di distanziamento sociale e isolamento, allo scopo di contenere i contagi. Tali misure, per quanto siano necessarie per proteggere la popolazione, comportano lo slatentizzarsi o il peggioramento di sintomi appartenenti all’ambito della salute mentale, come solitudine, ansia e depressione. Molte attività commerciali sono fallite e, tenuto conto della crescita della disoccupazione, molte persone hanno riferito tendenze suicidarie. La popolazione femminile sembra soffrire maggiormente il distanziamento sociale, l’isolamento e il distress emotivo (28%). È infine inevitabile rendersi conto del peso delle misure adottate dai singoli stati a livello socio-economico nel controllo della pandemia e il loro ruolo estremamente significativo sulla salute mentale.
  2. Pazienti psichiatrici e COVID-19 I pazienti psichiatrici sono generalmente più suscettibili alle infezioni per diverse ragioni. Il ruolo della malattia mentale nella trasmissione del virus può essere spiegato attraverso una compromissione cognitiva, la scarsa consapevolezza del rischio e il ridotto interesse o la ridotta capacità nella protezione personale da parte dei pazienti, così come le condizioni di confinamento all’interno dei reparti psichiatrici. Inoltre, i pazienti psichiatrici che hanno contratto il virus SARS-CoV-19 si sono mostrati particolarmente complessi nel trattamento. Infine, i pazienti psichiatrici sono più vulnerabili, quando sottoposti a condizioni di stress particolarmente elevato, ad andare incontro a una recidiva o un peggioramento del quadro psicopatologico preesistente.
  3. Operatori sanitari e COVID-19 Gli operatori sanitari coinvolti in prima linea nella diagnosi, nel trattamento e nella cura dei pazienti affetti da COVID-19 sono ad alto rischio di sviluppare distress psicologico e burnout. Il numero sempre crescente di casi confermati e sospetti, le ore di lavoro estenuanti, la scarsa disponibilità di dispositivi di protezione personale, la mancanza di farmaci specifici per il trattamento dei pazienti, la vasta copertura mediatica e la sensazione di essere inadeguatamente tutelati hanno contribuito allo sviluppo di disagio psicologico in molti operatori sanitari.
    Inoltre, assistendo a un incremento del numero di operatori sanitari contagiati, la preoccupazione per il rischio di contrarre l’infezione e trasmettere il virus ai propri cari, amici o colleghi, ha contribuito a un peggiore outcome psicologico degli stessi.
    Il genere femminile ha riportato, in maniera più evidente, sintomi come depressione, ansia acuta e insonnia. Inoltre, il personale infermieristico impegnato in prima linea rappresenta la categoria maggiormente esposta al rischio di infezione, per via del contatto stretto e frequente con i pazienti e dei più lunghi orari di lavoro.
    Inoltre, ci sono evidenze che mostrano come scarsa esperienza lavorativa e giovane età del personale sanitario espongano a un più importante rischio di sviluppare intensa sintomatologia ansiosa o depressiva.

Il nostro progetto
Nonostante la mancanza di direttive precise da parte del Sistema Sanitario Nazionale, in Italia abbiamo assistito alla nascita di numerose iniziative (principalmente personali), volte a fornire supporto psicologico alla popolazione generale e agli operatori sanitari coinvolti nell’emergenza COVID.

Ciò nonostante, queste iniziative hanno avuto perlopiù risultati mediocri, a causa di una scarsa strutturazione dei progetti, delle difficoltà riscontrate nella diffusione dei servizi di aiuto e allo stigma sociale rispetto alle problematiche pertinenti alla sfera della salute mentale, ancora molto radicato nel nostro Paese.

Nel panorama sopra descritto nasce il nostro progetto di ricerca e di aiuto. Abbiamo creato un team di venti psicoterapeuti in formazione che si sono resi disponibili per effettuare colloqui di sostegno psicologico. A tal fine è stata appositamente creata una piattaforma web attraverso la quale le persone potessero ottenere informazioni riguardo il nostro servizio e prenotare un colloquio. Tali colloqui sono stati effettuati telematicamente, attraverso una videochiamata della durata di circa 30 minuti. È stato specificato che non si trattava di una prestazione medico-sanitaria né di una seduta di psicoterapia. Durante ciascun colloquio è stata effettuata una prima fase di ascolto attivo e di valutazione delle necessità primarie, seguita da eventuali consigli per la gestione pratica della sintomatologia del caso (ansia, depressione). Al termine di ciascun colloquio, abbiamo provveduto a indirizzare la persona, qualora ritenuto necessario, alla figura professionale più appropriata.

Materiali e metodi
Durante un periodo di due mesi (da marzo 2020 a maggio 2020) sono stati effettuati 207 colloqui. A ciascuno dei partecipanti è stata somministrata la Depression Anxiety Stress Scale - 21 (DASS-21).

Sono stati esclusi dallo studio coloro che non hanno completato il test nella sua interezza (n. 12) e coloro che non hanno aderito affatto alla compilazione del questionario (n. 67).

Pertanto, il totale campionario in esame era composto di 128 soggetti.

Sono stati raccolti i dati anagrafici e demografici per valutare le variabili sociodemografiche.

Infine, è stato richiesto alla popolazione in studio di fornire una descrizione dell’esperienza soggettiva dell’isolamento secondario alle misure di sicurezza, al fine di poter effettuare un’analisi qualitativa di tali informazioni.

Risultati
Variabili sociodemografiche
Dall’analisi quantitativa dei dati a nostra disposizione, è emerso che l’81,6% dei soggetti aveva un’età compresa tra i 18 e i 32 anni. È emerso, inoltre, che l’83,6% dei soggetti in esame era di sesso femminile. Il 91,8% dei soggetti non aveva figli e l’87,7% era celibe o nubile. Il 95,9% dei soggetti aveva una scolarità di almeno 13 anni (di cui il 46,8% con una laurea universitaria). Infine, il 74,2% dei soggetti viveva da solo. Non è emersa, invece, una differenza significativa riguardo la metratura dell’abitazione (53,06% metratura < 80 mq vs 46,9% metratura > 80 mq).

Dai nostri dati è emerso che l’88% delle persone che hanno partecipato allo studio hanno avuto in passato episodi di disagio psicologico acuto (attacchi di panico, episodi di depressione maggiore) e che il 60% ha avuto un precedente contatto con uno psichiatra/psicologo.

DASS-21
La Depression, Anxiety and Stress Scale - 21 Items (DASS-21) è un set di tre scale autosomministrate costruite per misurare gli stati emotivi di depressione, ansia e stress.
Considerando la media campionaria è emersa la presenza di sintomatologia di grado estremamente severo ascrivibile al dominio della depressione, di grado moderato relativa al dominio dell’ansia e di grado estremamente severo per quanto riguarda il dominio dello stress.

Discussione
Dai risultati ottenuti emerge come la quasi totalità della popolazione in esame abbia esperito, nel corso della vita, almeno un episodio di disagio psicologico invalidante (attacchi di panico, depressione maggiore) e che, tuttavia, il 20% di questi non abbia mai chiesto aiuto a un professionista della salute mentale.

Questi dati rafforzano ciò che è già ampiamente noto in letteratura, ovvero l’esistenza di una difficoltà (correlata principalmente a fattori socio-culturali) nel relazionarsi con un professionista della salute mentale, nonostante la capacità di riconoscere e ammettere la presenza di una situazione di disagio psicologico.

Durante l’emergenza sanitaria abbiamo assistito, tramite il nostro servizio, a un allentamento di quelle resistenze che impedivano a una parte della popolazione di chiedere aiuto in momenti di difficoltà. La popolazione in esame ha mostrato elevati livelli di distress psicologico con disforia e spiccata irritabilità: questo potrebbe confermare ciò che alcuni recenti articoli hanno portato alla luce riguardo l’aumento delle violenze domestiche reattivo all’isolamento forzato. La maggioranza dei partecipanti ha mostrato sintomi ascrivibili a una flessione del tono dell’umore e un appiattimento affettivo con apatia, anergia e scarsa spinta volitiva. Di pari passo, è emersa una diminuzione del valore di Sé, accompagnata da sentimenti di inutilità e scarsa infuturazione. Infine, abbiamo riscontrato una generalizzata diffusione di sentimenti di smarrimento e paura, probabilmente correlati, almeno in parte, ai messaggi contraddittori trasmessi dai media.

Per quanto riguarda l’aspetto qualitativi dell’indagine statistica abbiamo richiesto ai partecipanti di descrivere gli “aspetti positivi” derivati dalla condizione di isolamento forzato e, più in generale, dallo stravolgimento della routine quotidiana. Attraverso queste analisi qualitative siamo stati in grado di riconoscere degli elementi ricorrenti che ci hanno permesso di delineare una serie di costrutti, potenzialmente estendibili alla popolazione generale.

L’elemento centrale, attorno al quale orbitano una serie di elementi secondari, sembra essere l’aumentata disponibilità di tempo, declinato come tempo per sé, per la famiglia e per coltivare le proprie passioni. Tra gli elementi secondari abbiamo ritrovato una maggiore capacità introspettiva, oltre a un’importante spinta verso un arricchimento della persona (attraverso lo studio, la cucina, l’arte, la lettura ecc.). Infine, molta attenzione è stata posta alla maggiore flessibilità degli orari, con una restituzione di valore al silenzio. Deve comunque essere sottolineato che gli aspetti positivi emersi nell’esperienza soggettiva durante le fasi iniziali dell’emergenza sanitaria hanno avuto durata limitata, mentre nei mesi successivi si sono sviluppati in misura più o meno grave sintomi e sindromi espressione di una sofferenza mentale.

Conclusioni
Una riflessione riguardo cosa sarebbe potuto cambiare se fossero state adottate misure adeguate atte ad alleviare il distress psicologico durante l’attuale pandemia ci sembra opportuna. L’esperienza derivata dal progetto di supporto psicologico e di ricerca che abbiamo portato avanti negli ultimi mesi ci porta a esprimere alcune considerazioni riguardo l’organizzazione delle unità COVID e una rete di prevenzione primaria e intervento precoce per la popolazione.
Come molti autori hanno già proposto, l’integrazione della figura di un professionista della salute mentale all’interno delle unità COVID potrebbe portare a una più efficacie e completa gestione dell’emergenza sanitaria attuale. Questo potrebbe avvenire: 1) fornendo supporto psicologico telematico ai pazienti ricoverati in terapia subintensiva; 2) aiutando nella selezione del personale per le unità COVID, individuando e proteggendo gli individui più vulnerabili; 3) evitando il burnout dei professionisti sanitari, specialmente coloro che si trovano coinvolti in prima linea, assumendo un ruolo di supporto e di protezione. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata agli operatori sanitari con meno anni di esperienza, poiché rappresentano una categoria particolarmente fragile, tanto da un punto di vista umano quanto professionale.
Riguardo alla popolazione generale, la possibilità di rivolgersi a una rete di professionisti della salute mentale in modo tempestivo e gratuito darebbe la possibilità di intercettare il disagio psichico sia all’esordio che in fase più avanzata, di attivare gli interventi terapeutici più opportuni e di ridurre quindi la sofferenza mentale in ampie fasce di popolazione.

camilla.vizzotto@gmail.com