La diagnosi ritrovata

di Giampaolo Collecchia, Riccardo De Gobbi, Roberto Fassina, Giuseppe Ressa, Renato Luigi Rossi
Il Pensiero Scientifico Editore

Di fronte al travolgente sviluppo della tecnologia informatica e alle promesse dell’Intelligenza Artificiale non è ancora apparsa in letteratura una riflessione a tutto campo sulle modalità del ragionamento clinico, sulla metodologia clinica e sull’epistemologia della scienza medica. Fino a quale punto le app e la disponibilità dei cosiddetti big data, cioè la possibilità di coniugare i dati personali del paziente, clinici e non, con le conoscenze scientifiche e le linee guida, possono diventare, combinando precision medicine con l’EBM, uno strumento vantaggioso per l’esercizio della professione?

La questione assilla i clinici e si fa particolarmente sentire nella medicina generale che spesso oscilla tra diversi approcci diagnostici, dalla diagnosi algoritmica a quella beyesiana all’ermeneutica che, a sua volta, richiede ascolto e comprensione olistica del paziente.

Altresì l’approccio metodologico non può limitarsi alla relazione tra medico e paziente bensì implica l’intervento di molteplici altri approcci o distorsioni, la tecnologia informatica, le aspettative sociali, l’interesse collettivo, il quadro antropologico della modernità.

Forse allora un atteggiamento descrittivo del tipo groopmaniano: “come pensano i dottori” può essere più utile al lavoro diagnostico del medico pratico. È quello che hanno tentato, riuscendoci appieno, Giampaolo Collecchia, Riccardo De Gobbi, Roberto Fassina, Giuseppe Ressa e Renato Luigi Rossi che ci offrono un voluminoso testo, scritto a più mani, La diagnosi ritrovata, un testo di metodologia, redatto da medici pratici a uso dei clinici e di chiunque sia curioso di capire come i medici scoprono la diagnosi giusta o almeno quella che più lo appare.

Mi sono chiesto, perché “diagnosi ritrovata”? L’estensione enorme delle conoscenze mediche, quasi non più dominabile senza l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale, mantiene il medico in una condizione di sicurezza insicura, come se, in tempi di trionfi scientifici come questa pandemia ha mostrato, tuttavia mantenesse sempre, nel ragionamento clinico, uno sfondo di incertezza, di probabilismo, di rischio, di “sapere di non sapere” che provoca disagio e non è causa ultima di strisciante burn out.

Allora, nella medicina generale ancor più che nell’internistica o nella specialistica, la diagnosi non è la somma di molteplici atti cognitivi su un corpo frammentato ma il recupero olistico, appunto il “ritrovamento”, della diagnosi come sintesi dei dati, delle conoscenze e dell’ascolto della narrazione del paziente, una diagnosi insiemistica, fisica, psicologica e sociale. Insomma una sorta di svelamento che porta la diagnosi dalla sfera della negoziazione a quella dell’antropologia sia pur ferreamente agganciata alle evidenze.

Ne è sortito un testo utile per chiunque eserciti una branca clinica della medicina ma in particolare volto ai medici generali, sia già attivi sul campo sia in formazione nel corso triennale complementare di medicina generale. Per questo mi sento di proporlo come testo di studio da consigliare e sul quale basarsi per la parte metodologica del corso.

Il testo è diviso in tre parti. In una prima si fa un rapido ma efficace excursus sulla storia del pensiero diagnostico medico da Ippocrate ai nostri giorni, mostrando in sintesi i fondamenti filosofici delle diverse scuole di pensiero. In tal modo l’allievo, ma anche l’esperto spesso dimentico dei fondamenti epistemologici della professione, possono farsi un quadro concentrato ma completo delle motivazioni del ragionamento, logiche, filosofiche, storiche, funzionali, nel quadro dell’evoluzione complessiva del pensiero della e sulla medicina.

Nell’ultima parte gli autori propongono un utilissimo dizionarietto delle parole base e dei bias più frequenti e quindi dei numerosi caveat che il clinico deve saper affrontare e conoscere per non inficiare il proprio percorso mentale.

La parte più corposa e utile è quella centrale in cui sono presentate alcune centinaia di storie cliniche, più alcune decine di casi rari, tutte realmente accadute e suddivise in una partizione didatticamente assai efficace. Ogni caso viene descritto da molteplici punti di vista e si offre una storia argomentata dello sviluppo del ragionamento che ha portato alla diagnosi e alla proposta terapeutica. Poi, sempre per ogni caso, si scompone in parti logicamente e storicamente successive il ragionamento diagnostico, riferendolo esplicitamente sia alle metodiche usate dal medico in quel determinato caso sia agli errori e ai bias in cui è incorso prima di giungere alla conclusione diagnostica.

Insomma si costringe il lettore o il discente a riflettere imparando e a imparare nella consapevolezza. Le basi logiche e filosofiche nascono dalla prassi del clinico di cui sono ineliminabile strumento. Quindi, ed è il commento più significativo, si giunge al metodo attraverso la pratica quotidiana mentre la prassi conferma il metodo.

Ne sorte non solo un bel libro cui qualsiasi clinico può far riferimento anche por confrontare il modello di pensiero personale con i criteri generali più accreditati ma, e più che altro, un testo utile per i discenti. Insisto nel consigliarlo ai giovani colleghi iscritti al corso di formazione complementare in medicina generale perché unisce le conoscenze di un trattato di internistica con una serie infinita di esercizi didattici non astratti ma nati dalla stessa casistica. Auguriamo un buon successo a questo nuovo frutto della medicina generale italiana.

Antonio Panti