Durante lo scorso mese di luglio una missione di Regione Toscana si è recata in Ucraina nell’oblast di Leopoli per stringere accordi di collaborazione in campo sanitario e per portare generi di prima necessità e apparecchiature elettromedicali con una colonna di mezzi messi a disposizione dalle Associazioni di volontariato (ANPAS, Misericordie e Croce Rossa). Vi ha preso parte l’Autore dell’articolo che pubblichiamo.
Simone Pancani, Coordinatore delle attività di Protezione Civile e Humanitarian Aid, AOU Meyer IRCCS – Firenze
Non troverete qui di seguito un resoconto giornalistico di quello che abbiamo fatto durante i giorni in Ucraina (contatti e riunioni istituzionali con le autorità locali, visite agli ospedali e campi profughi, consegne di materiale a case-famiglia e strutture di accoglienza per rifugiati ecc.) quanto piuttosto un personale e forzatamente limitato collage di sensazioni ed emozioni raccolte “in corso d’opera” durante una missione particolarmente impegnativa dal punto di vista umano in un Paese in guerra.

Dopo dodici ore di attesa estenuante alla frontiera polacca, all’alba, entriamo finalmente in Ucraina. La colonna di mezzi di Regione Toscana carica di generi di prima necessità e apparecchi elettromedicali procede lungo strade di campagna deserte, punteggiate da coloratissime chiese ortodosse dalle cupole a cipolla, circondate da giardini ordinati. Ai lati dell’asfalto, al di fuori dei rari villaggi, case di legno modeste e dignitose. Sui pali della luce o del telefono grossi nidi di cicogne che iniziano a volteggiare nella luce che aumenta. Campi di grano a perdita d’occhio che rappresentano secondo la credenza popolare maggiormente diffusa il giallo della bandiera nazionale ucraina sovrastato dall’azzurro lucente del cielo. A giorno fatto arriviamo a Leopoli, prima tappa della nostra missione.


Subito veniamo a conoscenza di un’usanza triste e solenne legata alla guerra. In tutta l’Ucraina alle 9 in punto di ogni giorno per un minuto tutto si ferma, attività lavorative, traffico, pedoni, scuole nel ricordo dei morti nel conflitto. Anche noi ci fermiamo in mezzo alla strada, inseriamo le quattro frecce come fanno tutti gli automobilisti, scendiamo dai mezzi e rimaniamo in piedi in silenzio mentre gli altoparlanti per strada battono sessanta secondi metallici di omaggio e ricordo.


Nonostante Leopoli sia una zona relativamente tranquilla, molto lontana dalle linee attive del fronte, tuttavia la realtà di questi giorni si manifesta subito. Ci viene infatti confermato che è in vigore in tutto il Paese il coprifuoco e che pertanto nessuno può trovarsi per strada dopo la mezzanotte, in albergo abbiamo visto i cartelli che indicano la strada per i rifugi e tutti abbiamo scaricato sui cellullari l’app ucraina che avverte in tempo reale dell’arrivo degli attacchi aerei. Fortunatamente non ho mai sentito l’urlo della sirena e la ansiogena voce metallica sbraitare “Attention air attack”, se non con il cuore in gola nella afosa notte fiorentina qualche giorno dopo il rientro essendomi dimenticato di disinstallare l’app!

Ci accompagnano a vedere il “Cimitero dei nuovi eroi” e veniamo così a sapere che nel Paese ogni città e villaggio ne ha uno che gelosamente custodisce i propri morti in guerra.
Quello di Leopoli è su una spianata in leggera salita nel centro della città, circondata da case e alberi. Ci arriviamo bagnati da una pioggerellina tiepida, in una luce metallica sotto un cielo di rotonde nuvole grigie.

A tutti viene consegnata una rosa con il seguente sommesso e garbato invito: “girate senza fretta lungo i vialetti, raccogliete i pensieri e lasciate il vostro fiore sulla tomba che più vi ha colpito”. Ci aspettano le sepolture di più di 1700 persone, donne e uomini quasi tutti giovani, alcuni poco più che ragazzi.
Accanto ad ogni tomba c’è una panchina di legno sulle quali siedono i parenti dei morti, incuranti della nostra presenza e dignitosi nel colloquio continuo con le fotografie dei propri cari.
Noto che sono quasi tutti belli gli eroi di Leopoli e che spesso neppure la mimetica militare, l’elmetto, l’aria marziale e il pesante fucile imbracciato riescono a nascondere i loro pochi decenni di vita ormai finita.

Un ragazzo dalla faccia simpatica è ritratto sorridente con in braccio il suo cane.
Ci indicano la sepoltura di due ragazze, giovani e bellissime nella loro mimetica, a loro modo diventate famose tra i morti di Leopoli, un’infermiera-giornalista morta insieme alla sua squadra in un’ambulanza bombardata (Fig. 10) e un’anestesista freddata da un cecchino (Fig. 11).


Le tombe sono curate in maniera maniacale e ognuna raccoglie brandelli di una normale vita vissuta: la maglia di una squadra di calcio, disegni di bambini, lettere, automobiline giocattolo, bambolotti, animali di peluche, statuine di animali.




Giro per i vialetti con la rosa in mano e non so dove lasciarla: scegliendo una tomba mi sembra di fare uno sgarbo a tutti gli altri morti, che poi chissà se si interessano davvero delle mie perplessità.
Trovo la tomba di un ragazzo giovane, con meno anni dei miei figli, vegliato da un grosso cane di stoffa amorevolmente incelofanato per proteggerlo dalle intemperie e con un sasso in gola lascio la rosa sul ghiaino bianco abbagliante che abbellisce il sepolcro.

Padre Andryi è un simpatico prete che parla un ottimo italiano e a Leopoli gestisce un campo di accoglienza per i rifugiati arrivati in città provenienti dalle zone di guerra più devastate seguendo la tratta della cosiddetta “migrazione interna”. Con i primi container regalati dal governo polacco dopo lo scoppio delle ostilità prese vita un vero e proprio villaggio che è andato via via ad ingrandirsi, insinuandosi progressivamente senza barriere o recinzioni in un quartiere di anonimi casermoni.





Ci dice che una delle prime cose che devono fare lui, i suoi collaboratori e gli “anziani” del villaggio, è quella di insegnare ai nuovi arrivati come tentare di ricostruire le proprie vite in un ambiente nuovo, sconosciuto, ben diverso dalla tranquilla quotidianità della vita di prima forzatamente abbandonata. Si cerca un lavoro, si mandano a scuola i bambini che al villaggio possono giocare in un container – ludoteca regalato dal Giappone, si contribuisce alla gestione del campo, si prega in una piccola chiesa anche questa accolta nel solito scatolone di metallo. Ogni nucleo familiare dispone di un container, assai simile a quelli trasportati sulle navi e sui treni, mentre cucine bagni e aree di ritrovo sono in comune.

Fa caldo e ben facilmente ci possiamo immaginare come sia la vita di tutti i giorni dentro quei parallelepipedi di metallo, ovviamente altrettanto disagevoli nei freddi inverni ucraini. Scarichiamo i furgoni e consegniamo a padre Andryi il materiale che riempie i nostri furgoni mentre intorno i bambini del campo, bellissimi e teneramente uguali a tutti i bambini che ho incontrato nel mio lavoro e nelle mie missioni, giocano, ci trascinano in giro, cercano di aiutarci facendo un salutare e rumoroso casino in un contesto per noi adulti non propriamente rilassante.
Visitiamo una casa di riposo per anziani evacuati dalle zone di guerra. La struttura, apparentemente vecchiotta, è però ben tenuta e gli ospiti sono assistiti con garbo e sommersi di attenzione da parte del personale. Sono persone per lo più rimaste sole, provenienti da aree del Paese dove i combattimenti continuano a distruggere vite e cose. Li hanno portati a Leopoli per metterli al sicuro e ora questi nonnini e queste nonnine con il fazzoletto in testa e il grembiule colorato in vita, forzatamente lontani dai luoghi della loro vita di prima, aspettano chissà cosa.

All’inizio sono un po’ titubanti, quasi scontrosi, però grazie all’opera fondamentale degli interpreti capiscono chi siamo e cosa siamo lì a fare. Allora iniziano improbabili conversazioni, soprattutto a gesti e molto meno in “lingua” italo-ucraina, con ondate di ricordi e sprazzi di vita vissuta. Ad un certo punto ci regalano (almeno noi l’abbiamo considerato così) una serie di canzoni tradizionali che ci lasciano semplicemente ammutoliti e commossi. Segue come saluto finale una travolgente ed ormai universale “Bella Ciao” nella quale profondiamo tutti un notevole quanto inaspettato impegno.
Lasciamo l’Ucraina attraverso la frontiera con la Romania e arriviamo a Suceava dove c’è immerso nel nulla l’aeroporto internazionale “Stefan Cel Mare”, piccolo, con una sola pista e una minuscola aerostazione. Anche qui tutto intorno solo campi di grano a non finire e il solito cielo azzurro ben conosciuto.



simone.pancani@meyer.it