Il futuro degli Ordini e quello della professione medica è al centro della lettera che Andrea Vannucci, medico iscritto all’Ordine fiorentino da quasi 50 anni, ha inviato al presidente Dattolo.
Riportiamo qui di seguito il testo integrale e la risposta di Dattolo.
Toscana Medica è pronta ad ospitare interventi e contributi su questi importanti temi.
Dall’etica della professione alla professione dell’etica
Caro presidente,
Il disegno di legge delega di riforma degli ordinamenti professionali potrebbe essere un’occasione mancata: più difesa del perimetro degli albi che apertura, più vincoli che autonomia, in un sistema dove gli under 35 sono appena il 16% dei professionisti regolamentati. L’analisi guarda soprattutto a ingegneri, avvocati e commercialisti. La domanda che pone, però, riguarda da vicino anche noi: è questa la riforma che serve a una professione medica profondamente cambiata nella sua composizione, nelle sue forme di lavoro e nel suo rapporto con la società?
Colpisce che, quando il testo tocca la sanità, il dibattito si concentri su due soli punti: l’estensione delle tutele sulla responsabilità penale e civile e la reiscrizione all’albo dei sanitari radiati per fatti legati alla pandemia. Una protezione difensiva e un compromesso politico. Della professione medica come lavoro da organizzare, con le sue molte forme e le sue contraddizioni, si parla poco o nulla.
Una professione che non è più quella dell’albo
La medicina italiana sta vivendo il più grande ricambio generazionale della sua storia recente. Le donne sono ormai la maggioranza nelle classi d’età più giovani, e con loro entrano nella professione aspettative diverse su tempi di vita, lavoro in équipe, conciliazione. Chi pensa di governare questo passaggio con gli strumenti del secolo scorso non ha capito chi sono i medici di domani.
Anche le forme del lavoro medico si sono moltiplicate. Il medico ospedaliero è dirigente pubblico, eppure subordinato, con un’autonomia clinica sempre più stretta tra vincoli organizzativi e budget. Il medico di medicina generale è libero professionista convenzionato: ma fino a che punto, ora che la riorganizzazione territoriale ne ridisegna orari, sedi e obiettivi? E poi specialisti ambulatoriali, liberi professionisti, medici a gettone e in cooperativa, medici nelle RSA, negli hospice, nel terzo settore. Un mosaico che l’ordinamento continua a leggere come se esistesse una sola figura di medico.
Missione o professione
Si sente ancora invocare il lavoro medico come missione. È una retorica che abbiamo visto all’opera durante la pandemia: eroi in primavera, dimenticati in autunno. La missione giustifica turni senza fine, lavoro non riconosciuto, rinuncia a chiedere. La professione, al contrario, chiede competenza, autonomia, responsabilità e un compenso equo. Non è meno nobile: è più onesta.
C’è poi un’ipocrisia nel modo in cui guardiamo alle forme di associazione. Le limitiamo, o le imponiamo dall’alto quando servono all’organizzazione del servizio, e trattiamo con sospetto le società tra professionisti aperte al capitale. Intanto il capitale privato è già ampiamente presente nella sanità, attraverso l’accreditamento, le assicurazioni, i grandi gruppi, dove molti medici lavorano senza alcuna voce sulle scelte. Il problema non è la presenza del capitale, ma chi decide. Una regola semplice basterebbe: le scelte cliniche e organizzative restano ai professionisti, il capitale viene remunerato ma non governa.
Dall’etica della professione alla professione dell’etica
Ciò di cui i medici hanno bisogno, come tutti gli alti professionisti, è poter operare con ampia autonomia e piena responsabilità. Le tutele sulla responsabilità penale sono benvenute, ma da sole restano uno scudo: proteggono, non qualificano. Una riforma all’altezza dovrebbe partire da un cambio di prospettiva, il passaggio da un’etica della professione a una professione dell’etica.
L’etica della professione è il codice, l’insieme di regole che disciplinano i comportamenti e tutelano la categoria. È necessaria, ma è difensiva e guarda all’interno. La professione dell’etica è qualcosa di più profondo e impegnativo: esercitare ogni giorno il giudizio morale come parte costitutiva del lavoro clinico. Nelle scelte di appropriatezza, nell’uso di risorse che sono di tutti, nella verità detta al paziente, nel riconoscere quando curare significa smettere di insistere. Chi lavora nelle cure palliative lo sa bene. Qui la responsabilità non si esaurisce davanti all’Ordine: si rivolge al paziente e alla comunità. È il ruolo di chi vuole essere non solo un buon professionista, ma anche un buon cittadino.
Gli Ordini possono scegliere se presidiare il perimetro o guidare questo passaggio. Credo che il nostro, con la sua tradizione, possa fare la seconda cosa, aprendo una discussione vera prima che il legislatore delegato chiuda i giochi.
Andrea Vannucci
medico iscritto all’ordine dal 17.01.1977
Caro Andrea,
ti ringrazio per le riflessioni, che toccano corde indubbiamente sensibili per il futuro della nostra professione. Tuttavia, credo sia necessario fare alcune precisazioni sostanziali sulla natura della legge delega e sul ruolo reale dei nostri Ordini, per evitare che un’analisi pur condivisibile nelle premesse teoriche perda di vista la realtà istituzionale in cui ci muoviamo.
1. La natura della Legge Delega e il ruolo degli Ordini
Il testo che stiamo discutendo è, per l’appunto, un disegno di legge delega. Come ben sappiamo, l’iniziativa e la stesura di questi provvedimenti spettano principalmente al Governo. Gli Ordini professionali, purtroppo, si trovano troppo spesso in una posizione di mero ascolto passivo, faticando a trovare spazi di reale concertazione con il legislatore.
Inoltre, è fondamentale ricordare che gli Ordini non sono semplici associazioni private o corporazioni autoreferenziali: siamo organismi sussidiari dello Stato. Molte delle procedure che dall’esterno vengono percepite o liquidate come “lacci burocratici” rappresentano in realtà l’esercizio di precise funzioni pubbliche e di garanzie che lo Stato delega a noi per la tutela della salute pubblica e della stessa dignità professionale. Difendere questo perimetro non è conservatorismo, ma difesa della legalità e della funzione istituzionale.
2. Il cosiddetto “Scudo Penale” non è un privilegio, è una necessità
Nel testo critichi il fatto che il dibattito si concentri sulla responsabilità civile e penale, definendola una “protezione difensiva”. Su questo punto dissento fermamente. La tutela legale e lo scudo penale non sono solo importanti, sono strutturalmente necessari.
Oggi l’Italia vive un’anomalia insostenibile nel panorama internazionale, che alimenta la medicina difensiva e allontana i giovani dalle specializzazioni a maggior rischio.
L’attuale scudo è ancora del tutto insufficiente. Dobbiamo urgentemente adeguare l’Italia al resto del mondo occidentale. Il modello francese, ad esempio, rappresenta un punto di riferimento estremamente interessante: un sistema basato sul principio del no-fault (indennizzo automatico al paziente tramite fondi di compensazione amministrativi), che esclude quasi totalmente la via penale per i medici, restituendo serenità clinica ai professionisti e tempi certi di risarcimento ai cittadini. Senza una solida base di sicurezza giuridica, non può esistere alcuna reale “autonomia clinica”.
3. Confine tra ruolo ordinistico e ruolo sindacale
Molte delle altre, importantissime questioni che sollevi — le forme di lavoro frammentate, i gettonisti, i contratti nelle RSA, i turni massacranti, la conciliazione dei tempi di vita e la remunerazione — descrivono una realtà drammaticamente vera. Tuttavia, è doveroso fare una distinzione di competenze.
Questi problemi assumono un carattere prettamente sindacale più che professionale. Compito dell’Ordine è vigilare sulla deontologia, sulla qualità della formazione e sull’indipendenza dell’atto medico da condizionamenti esterni (incluso il capitale privato, su cui concordo con la tua analisi). La contrattazione dei modelli operativi, l’organizzazione del lavoro e le rivendicazioni economiche spettano alle sigle sindacali. Confondere i due piani rischia di indebolire entrambi i fronti.
In conclusione
Ben venga la discussione sulla “professione dell’etica”, ma non possiamo dimenticare che per esercitare il giudizio morale, il medico deve prima di tutto essere messo in condizione di operare senza la minaccia costante di un tribunale.
L’Ordine non deve arroccarsi. Il compito fondamentale dell’Ordine è la difesa della salute dei cittadini e del Servizio Sanitario Nazionale, e di conseguenza la tutela dei professionisti e della professione stessa. Le due cose sono indissolubili: non si può proteggere il diritto alla salute e il SSN senza garantire a chi ci lavora la serenità e la dignità necessarie. Il nostro dovere resta quello di vigilare affinché la sussidiarietà dello Stato che rappresentiamo non venga svuotata di significato da una riforma calata dall’alto.
Pietro Claudio Dattolo
presidente Ordine Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Firenze