Prestazioni infermieristiche che per necessità sconfinano nelle competenze mediche
Sandro Boccadoro, ex Direttore Sanitario Azienda Sanitaria di Firenze
PREMESSA
Con questo articolo ho voluto commentare due pubblicazioni a sfondo prevalentemente sanitario che hanno un’indubbia valenza umanitaria e culturale. (fig.re 1 e 2)
Ci fanno conoscere la realtà di un mondo agli antipodi della nostra civiltà. Un ambiente in cui vive “una popolazione indigena in povertà e arretratezza, quasi al limite della sopravvivenza”. I luoghi, gli usi e i costumi degli indigeni, le loro tradizioni sono raccontate e descritte con accurato spirito di osservazione e grande proprietà di linguaggio.
Fiorella Lelli è l’autrice di queste pubblicazioni con le quali racconta la sua esperienza vissuta quando da giovane infermiera ha diretto per oltre due anni un Dispensario dislocato nella Missione cattolica di Bam, un piccolo villaggio sperduto nella savana del Ciad, dal 1969 al 1971.
Come missionaria laica ha dedicato a quella popolazione primitiva il periodo giovanile della sua vita professionale con dedizione, spirito di sacrificio e rilevante competenza.
“Certo il dover prendere decisioni, fare diagnosi somministrare le terapie, senza poter consultare un medico, crea inevitabilmente un senso di preoccupazione e di solitudine”.
I missionari laici erano volontari che s’impegnavano nel continente africano con contributi di tipo sanitario, scolastico, agricolo. Erano uniti da una stessa passione: promuovere umanità e civiltà in contesti ambientali molto arretrati.
Quando nell’ultimo quinquennio del secolo scorso ho concluso la carriera professionale in qualità di Direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Firenze, ho avuto il privilegio di una valida collaborazione da Fiorella Lelli che era responsabile della Direzione infermieristica aziendale.
Le due pubblicazioni presentano un’elegante veste editoriale e sono arricchite da significative illustrazioni a cura di Anna Volpe nipote dell’Autrice.
L’impegno culturale di Fiorella Lelli ha avuto molti apprezzamenti anche da parte di eminenti Autorità. Tra questi:
- Il premio “Città di Firenze” conferitole dal Sindaco Bausi nel 1972
- L’incontro in Palazzo Vecchio con monsignore Dom Helder Camara vescovo in Brasile, noto per il suo impegno verso i poveri delle favelas brasiliane.
- La citazione nella rubrica “Lo dico al Corriere” a cura di Aldo Cazzullo nel Corriere della Sera del 25 febbraio 2025
- La fervida prefazione dell’Arcivescovo di Firenze nel secondo libro.
L’HABITAT
Bam è un villaggio situato all’estremo sud del Ciad, in una zona dove si alternano la stagione secca e quella delle piogge.
La savana che lo circonda è formata da un terreno di sabbia rossa sul quale si estende una vasta prateria erbosa con molti arbusti. Vi crescono anche alberi da frutto (papaie, manghi, pompelmi, palme di banane) e piante ornamentali molto decorative tra cui le bouganville e i “flamboyant”, detti anche alberi corallo per il colore della loro fioritura.
Il nome dal francese “fiammeggiante” è dedotto per l’intensa chioma di fiori rossi che sbocciano all’inizio della stagione calda. La maestosità della pianta è data anche dai grandi rami che si sviluppano in orizzontale formando ombra alle capanne.
La savana si diversifica dal deserto che, a parte qualche oasi, è privo di vegetazione.
Le piste che attraversano la savana, polverose e dissestate, sono modellate dal vento. In alcuni punti sono simili alle mulattiere. Il fondo sabbioso è cosparso di buche e di dossi, quindi percorrerle è rischioso per l’incolumità delle macchine. Nella stagione delle piogge alcuni tratti diventano un acquitrino.
Le distanze tra gli abitati sono notevoli, come la pista che da Bam porta a Moundou, la seconda città del Ciad.
Il vento della savana “harmattan” si accompagna spesso ad una tempesta di sabbia (fig. 3). Tutto si ferma e gli indigeni si chiudono nelle loro capanne.
“Quando il vento improvvisamente cessa il silenzio riprende il suo spazio”
L’habitat della savana è rallegrato da molteplici colori, come quelli delle bouganville e dei “flamboyant”. Un’atmosfera particolare è creata al tramonto del sole che appare come un’enorme palla infuocata circondata da varie sfumature cromatiche.
Sono appariscenti anche i colori artificiali delle stoffe indossate dalle donne meno povere: i variopinti “paillé”.
“L’assenza di inquinamento atmosferico rende luminoso l’ambiente e più vividi i colori”.
Al tramonto del sole la notte scende quasi d’improvviso e la temperatura dell’aria diminuisce fino a provocare sensazioni di freddo.
Una miriade di stelle luminose appare nel cielo terso. La luna riversa una luce argentata molto intensa “che permette di contare uno ad uno i piccoli ciottoli sul terreno”.
LA VITA NEL VILLAGGIO
Bam è un villaggio come tanti altri formato da tipiche capanne con il tetto di paglia, raggruppate in circolo. Al loro interno lo spazio è limitato ma ben distribuito. Il suolo in terra battuta è ricoperto da stuoie di paglia intrecciate, che sono usate anche come giaciglio per dormire. Al centro è disposto un piccolo focolare per cucinare. Durante la notte le capanne vengono chiuse con una stuoia rigida, fermata dall’interno.
Le giornate scorrono con l’alternanza pressoché uniforme di dodici ore tra il giorno e la notte.
Il cibo è contenuto nelle “calebasse” che sono zucche svuotate. Il pasto serale “boule” è composto in prevalenza da farina di miglio e qualche ortaggio.
Per lavare si usa l’acqua del “marigot”, un bacino paludoso in cui l’acqua diventa limpida soltanto nella stagione delle piogge. Nella stagione secca è un pantano dove pullulano parassiti e zanzare.
Molto impegnativa è la ricerca dell’acqua potabile. Per raggiungere un fiume lontano molti chilometri le donne, accompagnate dalle loro bambine, percorrono piste impervie portando sulla testa, in precario equilibrio, grandi orci di argilla “canarì”.
Insieme a Fiorella Lelli nel villaggio erano presenti altre due missionarie: Ernesta e Annina.
Entrambe svolgevano corsi di insegnamento: alfabetizzazione, cucito, puericultura, alimentazione. Inoltre impartivano i principi fondamentali della prevenzione e le norme basilari dell’igiene.
L’impegno delle tre giovani volontarie era rivolto fondamentalmente a migliorare le condizioni di vita, stimolando gli indigeni a prendere coscienza delle proprie capacità attitudinali.
LA POPOLAZIONE INDIGENA
Gli indigeni non hanno fretta. Tutto scorre lentamente nel corso della vita quotidiana.
Le donne, molto dignitose nella loro condizione di povertà, sono mogli e madri giovanissime. Non hanno istruzione perché la scuola era riservata ai maschi.
Per loro non esiste vacanza da una serie di lavori faticosi. Oltre che curare i figli e svolgere le mansioni casalinghe, affiancano i mariti nella coltivazione del cotone, frantumano il miglio nei mortai di legno. Con la presenza delle missionarie hanno imparato a cucire.
I bambini in salute sono vivaci, simpatici e molto furbi. Sviluppano il senso della curiosità con l’abitudine ad osservare. La scuola è molto partecipata dai più grandicelli.
Purtroppo molti sono denutriti e malati; non pochi gli orfanelli. La mortalità infantile è elevata, quasi la metà dei bambini muore prima dell’età scolare, soprattutto per la malaria.
Gli uomini sono impegnati nella caccia, nelle piantagioni di cotone, nella coltivazione del miglio, delle arachidi, del tabacco. Svolgono anche attività di modesto artigianato: intrecciare le stuoie, filare il cotone, lavorare l’argilla per i “canarì”, che poi vengono cotti in forni all’aperto.
Gli anziani dalla pelle grinzosa hanno un aspetto quasi statuario. Il loro volto esprime serenità. La saggezza acquisita con l’esperienza li rende indispensabili nel contesto sociale. In particolare sanno cogliere le variazioni ambientali, come i segni premonitori che annunciano l’arrivo delle grandi piogge.
IL DISPENSARIO
L’apertura di questo presidio con l’arrivo di Fiorella Lelli è stata una risposta umanitaria ai molteplici problemi di igiene e di salute della popolazione locale.
La difficoltà per la non conoscenza del linguaggio venne superata con l’aiuto di un ragazzo, Simon, che conosceva il francese e traduceva le prescrizioni ai pazienti.
Per avere memoria e riconoscere le persone assistite veniva loro consegnato un “quadernetto” sul quale si annotavano, oltre al nome, il villaggio di residenza, la data delle visite, la diagnosi e le terapie. Era un modesto documento clinico che veniva tenuto con cura dagli interessati.
Il Dispensario, un edificio in muratura, era composto da tre grandi stanze: una per le consultazioni, per le terapie, per le vaccinazioni; la seconda dedicata alle partorienti, era attrezzata anche per piccoli interventi; la terza ospitava la farmacia e un piccolo laboratorio.
Un medico dell’ospedale di Moundou aveva fornito reattivi, vetrini e alcune dispense sulle malattie tropicali: tripanosomiasi, bilarziosi, filariosi, anchilostomiasi, febbre gialla, malaria.
L’autrice poteva avvalersi di un modesto microscopio per la ricerca dei parassiti e delle loro uova.
Anche le tre missionarie dovevano difendersi dal pericolo della zanzara anofele che veniva scongiurato prendendo quotidianamente il chinino “per rendere il sangue meno appetitoso”.
L’attività nel Dispensario era senza sosta. Fin dalle prime ore del mattino davanti al presidio si formava una lunga fila di persone che attendevano con pazienza il loro turno. Molti confluivano da altri villaggi sperduti nella savana, dopo aver percorso lunghi tragitti durante la notte. I più gravi erano trasportati a spalla con rudimentali barelle.
Alcuni malati dovevano essere trasferiti all’ospedale di Moundou, dove erano presenti due medici francesi. Ma l’accompagnamento non sempre era possibile per gli ostacoli che il viaggio presentava soprattutto nella stagione delle piogge. Di conseguenza si dovevano curare in loco anche patologie critiche: broncopolmoniti, epatiti, tetano. Molto frequenti erano le malattie tropicali, le parassitosi, le intossicazioni, le ustioni, i morsi di serpente e di scorpioni, la rabbia, il linfoma di Burkitt.
Impegno del tutto particolare richiedevano i parti, soprattutto quelli con complicazioni, e le prestazioni di pronto soccorso: ferite da suturare, ascessi da incidere, piaghe da medicare, denti da estrarre.
Nello scorrere della giornata non c’era soluzione di continuità perché le persone che se ne andavano dopo l’assistenza erano rimpiazzate da altre che sopraggiungevano. In media ogni giorno erano trattati centocinquanta pazienti, in prevalenza donne e bambini. Si lavorava anche di notte per le urgenze, alla tenue luce di una lampada a petrolio.
“Dover essere sempre disponibili senza limiti di orari a volte provocava momenti di stanchezza, ma poi si riprendeva con immutato vigore”.
Concludo evidenziando in primo luogo la non comune professionalità di Fiorella Lelli, già nei primi anni della sua carriera. Lo attesta la responsabilità assunta per dirigere un presidio sanitario dove per oltre due anni ha assistito migliaia di persone affrontando da sola difficili situazioni cliniche senza la presenza di un medico.
Con coraggio e abnegazione ha messo in atto prestazioni che sono riservate ai laureati in medicina e in farmacia, facendo di necessità virtù.
In secondo luogo voglio evidenziare l’amore profondo per quella terra e per la sua popolazione, alla base della sua scelta, che tuttora nostalgicamente riaffiora.
Sono emozionanti le pagine in cui descrive lo stato d’animo che ha provato alla partenza dal Ciad; le pagine in cui ricorda le sue amiche missionarie Ernesta e Annina, da tempo decedute; le pagine dedicate agli orfanelli e in particolare a Josephine, adottata come mascotte della missione: “… con quell’aria birichina mi sorridevi e mi tiravi il camice perché ti prestassi attenzione”.
Nell’articolo ho riportato in corsivo frammenti originali delle due pubblicazioni per dare più risalto ai ricordi emotivi che a distanza di tanto tempo sono rimasti indelebili nella memoria di Fiorella Lelli.


