a cura del dottor Filippo Bartalesi, SOC Malattie Infettive I, Ospedale S. M. Annunziata, Bagno a Ripoli (FI)
e del dottor Tommaso Matucci Specialista Malattie Infettive, Dirigente Medico presso SOC Malalttie Infettive I, Ospedale S. M. Annunziata, Bagnoa a Ripoli
Nell’aprile scorso il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha lanciato un’allerta su una forma di Shigella — un batterio intestinale molto contagioso — che sta diventando sempre più difficile da trattare con gli antibiotici. Il fenomeno riguarda tutta l’Europa e, in misura crescente, anche l’Italia.
Cos’è la Shigella e perché preoccupa
La Shigella è un batterio che causa la cosiddetta dissenteria bacillare: diarrea anche grave, febbre, crampi addominali. In passato era associata soprattutto a focolai epidemici nei paesi a basso reddito, legati all’acqua o agli alimenti contaminati, e colpiva prevalentemente i bambini.
Oggi il quadro è cambiato. Nei paesi ad alto reddito, come quelli europei, una parte molto rilevante dei casi — in alcuni studi oltre la metà — riguarda uomini adulti che hanno rapporti sessuali con altri uomini. E, soprattutto, si stanno diffondendo ceppi del batterio resistenti a più antibiotici contemporaneamente: si parla di ceppi multiresistenti e, nei casi più gravi, di ceppi resistenti a tutte le opzioni terapeutiche orali disponibili (azitromicina, ciprofloxacina, trimetoprim-sulfametossazolo, ampicillina e cefalosporine di terza generazione).
Dal 2023 a oggi sono stati segnalati in Europa oltre 2.300 casi di questo tipo, con un numero che potrebbe essere sottostimato: molte persone non sanno di aver contratto questa infezione, e non sempre i medici la prendono in considerazione tra le ipotesi diagnostiche.
Come si trasmette
Oltre alla via oro-fecale classica (mani non lavate, acqua o cibo contaminati), la Shigella può trasmettersi anche per via sessuale, in particolare attraverso contatti oro-anali. È sufficiente un numero molto basso di batteri per causare l’infezione: questo la rende estremamente contagiosa.
Quando rivolgersi al medico
Se si ha una gastroenterite con febbre, diarrea (anche con sangue) e si è avuto un rapporto sessuale a rischio nelle settimane precedenti — anche senza aver viaggiato all’estero — è importante riferirlo al medico. La Shigella va inserita tra le possibilità diagnostiche.
Il medico potrà richiedere un esame colturale delle feci o un tampone rettale. Se il risultato è negativo ma il sospetto clinico rimane alto, esiste anche un test molecolare (come quello usato per il Covid-19, ma su materiale fecale) che ha una sensibilità maggiore.
Come ci si cura
Nella maggior parte dei casi la Shigella guarisce da sola con riposo e idratazione abbondante. È importante non assumere antidiarroici né antibiotici senza prescrizione medica: potrebbero peggiorare la situazione o favorire ulteriormente la resistenza.
La terapia antibiotica è riservata ai casi più gravi: febbre alta persistente, diarrea con sangue, segni di disidratazione, necessità di ricovero o presenza di un sistema immunitario indebolito. In questi casi il trattamento deve essere guidato dall’antibiogramma, cioè dal test che indica quali antibiotici funzionano ancora su quel ceppo specifico.
Cosa fare dopo la diagnosi
Chi risulta positivo deve seguire alcune indicazioni precise:
• Astenersi da qualsiasi rapporto sessuale per almeno 7 giorni dopo la scomparsa dei sintomi.
• Evitare contatti oro-anali per almeno 6 settimane.
• Seguire una buona igiene delle mani, specialmente dopo l’uso del bagno.
Anche in assenza di resistenze accertate, è consigliabile approfittare dell’occasione per escludere altre infezioni sessualmente trasmissibili come Hiv, sifilide, epatiti virali, clamidia e gonorrea. Il medico potrà anche valutare l’opportunità di avviare la profilassi pre-esposizione all’Hiv (Prep), una terapia preventiva indicata per chi è a rischio di contagio.
La Shigella è una malattia a notifica obbligatoria
I casi di Shigella devono essere segnalati alle autorità sanitarie. Questo serve a monitorare la diffusione dell’infezione, identificare eventuali focolai e contenere la trasmissione il prima possibile.